Arriva come il vento che ti prende il viso
quando non stai pensando a nulla
e all’improvviso ti ricordi di essere vivo.

È una città che corre,
ma sa fermarsi davanti al mare.
Ha il passo svelto di chi ha fame di futuro
e lo sguardo di chi viene da lontano.
Qui il sole non illumina soltanto:
scopre.
Mette a nudo le cose, le persone,
le intenzioni.

Il mare a Pescara non è una cartolina,
è un dialogo quotidiano.
Parla con chi si sveglia presto,
con chi rientra tardi,
con chi resta a fissarlo
come se da lì potesse arrivare una risposta.
E forse arriva davvero,
ma bisogna saperla ascoltare.

Le strade hanno l’odore del movimento,
delle partenze non annunciate,
dei ritorni che non fanno rumore.
Pescara è fatta di incroci:
di vite che si sfiorano,
di storie che non chiedono permesso.
È una città che non promette riparo,
ma presenza.

Qui la notte non spegne nulla,
accentua.
Le luci si riflettono sull’asfalto
come pensieri che non dormono.
C’è una malinconia moderna a Pescara,
non pesa,
ti accompagna.
Ti dice che puoi essere fragile
senza essere sconfitto.

Pescara non ti trattiene,
ma ti resta addosso.
È una città che ti insegna a stare in piedi
anche quando il vento cambia direzione.
Ti insegna che si può appartenere
senza possedere,
che si può amare
senza chiedere nulla in cambio.

E quando te ne vai,
se te ne vai,
capisci che qualcosa è rimasto indietro.
Non un luogo,
ma un ritmo.
Un modo di guardare il mare
senza aspettarsi miracoli,
sapendo che, a volte,
basta esserci.

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