Nel silenzio freddo di una stanza che non conosce stagioni
si è fermato un respiro,
come si ferma l’inverno quando nessuno lo guarda.
Andrea,
trentotto anni appena,
un nome che ora pesa più del ghiaccio
e più della notte che lo ha custodito.
A Termoli, tra corsie illuminate al neon
e voci che il giorno prima parlavano di pane, offerte, turni da coprire,
il tempo ha deciso di interrompersi.
Una cella frigorifera,
luogo di conservazione e non di addio,
è diventata confine,
domanda sospesa,
eco che rimbalza tra pareti di acciaio.
C’è un biglietto, si dice.
Parole scritte come se il verbo avesse fretta,
come se il passato fosse arrivato prima del gesto.
“Mi sono ucciso.”
E quella frase resta lì,
a interrogare la logica del cuore,
a sfidare la grammatica della disperazione.
I genitori chiedono luce,
non clamore, non rabbia sterile,
ma luce.
Un telefono che racconti le ultime ore,
messaggi forse cancellati,
parole mai arrivate a destinazione.
Indumenti che parlino senza voce,
tracce invisibili come fili sottili
tra ciò che è stato e ciò che poteva essere.
Un terreno lontano,
acquistato forse con speranza,
diventato ombra di inquietudine.
Un corso d’acqua che scorre ignaro,
mentre qualcuno si chiede
se anche la terra possa pesare sull’anima.
La procura ha detto no.
Nessun altro passo, nessun nuovo sguardo.
La decisione è un sigillo,
un timbro sul silenzio.
Ma il dolore non conosce archiviazioni.
Non si chiude in un fascicolo.
Cammina nelle stanze di Penne,
siede a tavola con una sedia vuota,
torna nei ricordi come un film che nessuno
ha il coraggio di spegnere.
Madre e padre contano i dettagli
come si contano i grani di un rosario.
Ogni parola, ogni gesto,
ogni anomalia diventa speranza di verità.
Non per ribaltare il destino,
ma per comprenderlo.
Perché la morte, quando arriva così,
non è solo fine:
è domanda che resta aperta,
è specchio incrinato dove ognuno
vede riflessa la propria paura.
Andrea non è una notizia.
È una voce che ha attraversato infanzia,
amicizie, sogni forse semplici.
È un figlio che ha imparato a camminare
tenendo una mano stretta,
è un uomo che ha lavorato tra scaffali ordinati
mentre dentro forse qualcosa si disordinava.
Se davvero il gelo ha fermato il suo battito,
non potrà fermare la memoria.
La memoria è più forte del freddo,
più tenace dell’acciaio.
E allora questa poesia non è sentenza,
non è accusa,
non è risposta.
È un lume acceso nella notte,
un filo caldo dentro la brina.
Perché ogni vita merita verità,
ogni addio merita rispetto,
e ogni nome – Andrea –
merita di essere pronunciato
non come eco di cronaca,
ma come presenza che continua
a vibrare nel cuore di chi resta.
